Il Nunsploitation nasce e si sviluppa in Europa negli anni ’70, come un particolare filone del Sexploitation, contraddistinto da alcuni elementi (per quanto riguarda stile e tematiche) tipici del WiP (Women In Prison); entrambi, a loro volta, sottogeneri dell’Exploitation (termine piuttosto generico utilizzato fin dagli anni ’30, per indicare tutti quei film, estranei al circuito mainstream, caratterizzati dalla messa in scena sensazionalistica di determinati argomenti, ritenuti particolarmente adatti a nutrire l’interesse vouyeristico del pubblico). Il termine Exploitation viene, solitamente, sovrapposto e confuso con il termine Grindhouse (tornato in auge, dopo il film di Tarantino), il quale inizialmente non indicava altro che gli ex teatri del burlesque, riconvertiti in cinema durante gli anni ’60, dove veniva proiettato questo genere di film.

Blaxploitation, Sexploitation, Mondo Movies, Women In Prison, Nunsploitation, sono solo alcuni degli innumerevoli sottogeneri di questo particolare modo di fare cinema: film girati velocemente e in grand’economia, con scarso interesse per l’aspetto artistico, ma con la ferma intenzione di guadagnare il più rapidamente possibile, sfruttando tecniche di promozione che enfatizzavano l’aspetto sensazionalistico del prodotto.

I film appartenenti al filone del Nunsploitation (o Tonaca Movies, come sono stati genialmente ribattezzati in Italia), sono ambientati solitamente in epoche storiche come il Medio Evo, il Seicento o, molto più raramente, ai giorni nostri. Affrontano invariabilmente il tema della vita delle suore nei conventi, sottolineando ed enfatizzando (com’è ovvio che sia, in film di questo genere) tutti gli aspetti potenzialmente morbosi (quelli di manzoniana memoria, per intenderci) insiti in questo tipo d’argomento. Le suore, protagoniste del film, sono di solito lesbiche con una certa propensione al sadomasochismo, le quali non esitano a torturare, perseguitare e tormentare le consorelle più giovani ed innocenti. Di solito fanno una brutta fine (murate vive o vittime dell’inquisizione), ma solo dopo aver rinnegato Dio e il proprio voto di castità, dopo aver conosciuto, in altre parole, i piaceri della carne.

Si tratta, quindi, di film erotici con elementi horror, softcore e, in qualche caso, hard, i quali possono essere avvicinati al sottogenere WiP, se prendiamo in esame il rapporto vittima/carnefice (componente tipica del Women In Prison) e se si concepisce il convento come un carcere, nel quale la libertà del singolo individuo è limitata, se non addirittura negata, in nome di un elemento superiore.

Il tema principale di questo genere di film poggia interamente sul conflitto tra la sfera religiosa e quell’erotica, in particolar modo per quel che riguarda il rapporto tra oppressione religiosa e frustrazione sessuale. Questo sottogenere, quindi, in maniera più o meno consapevole, nonostante l’evidente matrice exploitativa, si è rivelato fortemente critico nei confronti dell’istituzione religiosa in generale e della chiesa cattolica in particolare. Addirittura, in alcuni casi, può essere colto un tentativo, seppur grossolano, di dare voce alla coscienza femminista, in particolare nel rifiuto, da parte delle protagoniste, di interpretare un ruolo sociale subordinato e preordinato (basti pensare alla figura della badessa, vera e propria femminista ante litteram, in “Flavia, la monaca musulmana”).

Proprio a causa di queste interpretazioni potenzialmente destabilizzanti, non sorprende più di tanto scoprire che la maggior parte di questi film fu prodotta, girata e distribuita in paesi di forte e salda tradizione cattolica come la Spagna e l’Italia; paesi dove era maggiormente avvertito, evidentemente, il contrasto fra tradizione religiosa ed impulsi rinnovatori.

Lasciando da parte “La monaca di Monza” (1969) di Eliprando Visconti, direi che i film più esemplificativi di questo filone possono essere considerati: “Storia di una monaca di clausura” (1974) e “Le monache di Sant’Arcangelo” (1973) di Domenico Paolella, “Flavia, la monaca musulmana” (1974) di Gianfranco Mingozzi, “Le scomunicate di San Valentino” (1974) di Sergio Grieco, “Love Letters Of A Portuguese Nun” (1977) di Jesus Franco, “La novizia indemoniata” (1975) (vale a dire il famigerato “Sàtanico Pandemonium”) del messicano Gilberto Martinez Solares, “Suor Emmanuelle” (1977) di Giuseppe Vari, “Interno di un convento” (1978) di Walerian Borowczyk (forse il miglior film appartenente al genere), “La monaca nel peccato” (1986) e “Immagini di un convento” (1979) entrambi di Joe D’Amato. Un esempio anomalo di questo sottogenere è il film “Suor omicidi” (1978) di Giulio Berruti, ambientato ai giorni nostri, dove scopriamo una protagonista dedita non solo ai piaceri del sesso ma anche a quelli della droga.

Anche se alcuni si spingono addirittura a considerare il film muto “Haxan” (1922) di Benjamin Christensen, come precursore del genere, il Nunsploitation rimane, in ogni caso, un prodotto tipico degli anni ’70 e ’80, se si eccettua un’inaspettata quanto solitaria incursione, in epoca recente, con il film “Sacred Flesh” (2000) di Nigel Wingrove.

Potendo vantare elementi e temi comuni a particolari generi letterari, come il feuilleton o romanzo d’appendice (anzi, sarebbe interessante analizzare la figura della suora/religiosa, nella paraletteratura in generale e nell’immaginario erotico in particolare), non stupisce come questo caratteristico sottogenere cinematografico, possa affondare le proprie radici all’interno di fondamenta letterarie di una certa tradizione.

Fondamenta che, tuttavia, si biforcano: da un lato le radici genuinamente paraletterarie, dall’altro quelle dotate d’autentico e tradizionale valore storico.

Molto del materiale letterario, servito da spunto a sceneggiatori e registi, infatti, può essere fatto risalire agli scritti di Aelred di Hexham (1110-1167) sulle vicende della suora di Watton, oppure alle cronache riguardanti la vita di Benedetta Carlini, suora lesbica e mistica, realmente vissuta nel XVII secolo, le cui vicissitudini sono state raccontate, nel 1986, nel libro “Immodest Acts”, della storica americana Judith C. Brown.

Esistono poi alcuni film, come “I diavoli” (1971) di Ken Russell (opera che, nonostante evidenti richiami exploitativi a questo specifico filone, rientra solo in parte nella stretta cerchia del Nunsploitation), che vedono le proprie radici unirsi in un’unica, solida base storico-letteraria. Il film di Russell, infatti, è basato sul romanzo di Aldous Huxley, “I diavoli di Loudun”, pubblicato negli anni ’50, e basato a sua volta su un reale caso d’isteria religiosa collettiva e possessione demoniaca, realmente accaduto in un convento francese nel 1631.

Curiosamente il Nunsploitation, negli anni ’70, si sviluppa fino ad incontrare un gran successo di pubblico in Giappone, un paese che, pur essendo culturalmente e religiosamente lontano, non poteva evidentemente rimanere insensibile a certe suggestioni.

I cineasti del sol levante, in quegli anni, si servono abilmente di una religione per loro minoritaria (il Cristianesimo, infatti, pur essendo presente nel paese in tutte le tradizionali confessioni, non ha mai dimostrato alcun segno di crescita o di radicamento nella società giapponese), per puntare il dito (in maniera spesso ingenua) contro l’istituzione religiosa in generale, senza attaccare, tuttavia, le credenze più radicate e sacre per la società e la cultura nipponica, quali possono essere quelle dello Shintoismo e del Buddismo.

Oltre al classico “School Of The Holy Beast” (1974) di Norifumi Suzuki, il Nunsploitation giapponese può vantare numerosi titoli come: “Cloistered Nun: Runa’s Confession” (1976) di Masaru Konuma, “Sister Lucia’s Dishonor” (1978) e “Wet Rope Confession: Convent Story” (1979) di Koyu Ohara, “Nun: Secret” (1978) di Hiroshi Mukai, “Nun Story: Frustration In Black” (1980) di Nobuaki Shirai, “Rope Of Hell: A Nun’s Story” (1981) e “Electric Bible: Sister Hunting” (1992) di Mamoru Watanabe. Nel 1995 la AV idol Mariko Morikawa ha partecipato al film “Big Tit Monastery”, tentando di rinverdire il genere.

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