O triste fratello errabondo che cerchi il tuo cielo diletto, compiangimi, o sii maledetto !!” (Charles Boudelaire – I fiori del Male)

Mary Wollstonecraft, nasce il 30 agosto 1797, dal filosofo William Godwin e Mary Wollstonecraft, libera intellettuale che muore alcuni giorni dopo il porto. William Godwin si risposa pochi anni piu tardi con una sua conoscente, la signora Clairmont.
L’amore entra nella sua vita nel 1814, quando, diciassettenne incontra il giovane e geniale poeta ribelle Percy Bysse Shelley. Due anni piu tardi, Mary fugge con lui in Svizzera.
Era una cupa notte di Novembre quando vidi il coronamento delle mie fatiche. Con un’ansia che assomigliava all’angoscia, raccolsi attorno a me gli strumenti atti ad infondere la scintilla di vita nell’essere inanimato che giaceva ai miei piedi. Era quasi l’una del mattino; la pioggia batteva monotona contro le imposte e la candela avrebbe presto dato i suoi ultimi guizzi quando, alla luce che stava per spegnersi, vidi aprirsi i foschi occhi gialli della creatura…
E presentato cosi, al mondo, uno tra i piu disperati e terribili mostri dell’immaginario, che giunge sino a noi, dagli infiniti silenzi delle umide cripte, passando per le remote profondita, tra le pagine dei libri alle pellicole cinematografiche.
Era il giugno del 1816 Mary ed il suo futuro marito, Percy Bysse Shelley soggiornavano in villa Diodati, sulle rive del lago di Ginevra. Con loro, c’erano il poeta Lord Byron ed il suo segretario John William Polidori. Pioveva da molti giorni ed i quattro per “ammazzare” il tempo, leggevano storie del terrore; l’atmosfera che pian piano si creo porto Byron a proporre agli amici una sfida: ognuno di loro avrebbe scritto una storia del terrore e poi l’avrebbe letta agli altri.
Shelley compose un’opera breve intitolata “The Assassins”, Byron scrisse il racconto “The burial”; (che poi venne pubblicato nel 1819 con il titolo “A fragment”); Polidori creo la romantica figura di un vampiro affascinante e misterioso, con il romanzo breve “The vampire”; Mary, dopo averlo sognato in un terribile incubo, (almeno cosi narra la leggenda), scrisse “Frankenstein, o il moderno Prometeo”
Il romanzo di Mary Shelley, e un incubo nel quale convivono due diversi volti della mostruosita: quello dello scienziato spinto alla ricerca della verita e quello della sua creatura, sempre in bilico tra esistenza e non-esistenza, tra paura e terrore, tra solitudine e orrore…
Il mito della creazione artificiale delle vita, e molto antico: basta pensare al Golem ebraico; costruito con argilla e reso vivo tramite un’iscrizione magica sulla fronte. Meno mistici, ma pur sempre affascinanti sono i tentativi di costruire automi sempre piu perfetti, da parte di orologiai e inventori del ‘600 e del ‘700, come ad esempio il tedesco Philip Hainhofer che nel 1630 costrui due ballerini, in grado di esibirsi in una perfetta danza; oppure come il “Turco giocatore di scacchi”, costruito nel 1770 dal barone Wolfgang von Kempelen; le cronache dell’epoca ci dicono che l’automa era un abilissimo giocatore e sembra che nel 1809 sia riuscito a battere Napoleone in una partita di scacchi. Quello pero che distanzia irrimediabilmente queste macchine da una creatura come Frankenstein e l’immagine della morte o meglio la morbosita di un sogno utopico, nel quale la nostra carne e salvata dalla decomposizione per raggiungere l’eternita del corpo. E l’idea di strappare ai vermi e al tempo, le persone che sono state consegnate alla morte; e la ribellione alla misera condizione umana dell’esistere, la voglia di un’Eternita tangibile, qui su questa terra.
Come non paragonare Frankenstein ad altri mostri dell’immaginario collettivo, come Dracula o la Mummia, tutti condannati da un terrificante “dono” alla non morte e al tempo stesso alla non-vita; consegnati al buio del tempo e della solitudine. Vedendo gli occhi acquosi di Frankenstein, e spontaneo intravedere il presagio dei mostri futuri e molto probabilmente nella memoria di HALL 9000, il computer dell’astronave DISCOVERY (nell’indimenticabile 2001 Odissea nello spazio), esisteva la pallida memoria di Frankenstein, suo maledetto antenato…
Per terminare, vorrei aggiungere una nota di cronaca misteriosa… quasi tutti i partecipanti a quelle serate di pioggia a Ginevra, andarono incontro a una tragica fine: Shelley e Lewis morirono annegati a seguito di naufragi, Byron mori giovanissimo a Missolungi e infine Polidori si suicido… strano destino il loro… simbolicamente e come se per consegnare all’immortalita le loro storie, i protagonisti di queste, abbiano preteso il sacrificio di chi aveva loro donato la vita.

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