(Photo by Laura Lezza/Getty Images)

Il punto di vista del sudicio protagonista del racconto La notte in cui persero il film horror descrive le sacche di primitività che una società complessa e contrastante come quella americana custodiva nel proprio dispersivo seno nel pieno del tumultuoso e progressista 1968. Se Leonard avesse assistito alla proiezione, invece di preferire il folle precipizio di un’assurda orgia di violenza per trascorrere la serata, oltre ad una vita più lunga avrebbe guadagnato ulteriori traumi per la sua mentalità di spettatore medio docilmente assuefatto a ben più rassicuranti canovacci. L’unico personaggio in grado di mantenere lucidità e fermezza di fronte all’avanzata dei morti e di riuscire a sopravvivere all’assedio, l’eroe insomma, non solo è un nero ma viene anche ucciso nel corso degli ultimi cinque minuti: ingloriosamente, dai buoni e per errore. Un finale cinico, la versione amara dei capovolgimenti beffardi così cari alla vena dissacrante dell’horror. L’eroe outsider è, con la microsocietà obbligata ad interagire in uno spazio ristretto e chiuso- lo spazio dell’assedio e della quarantena- e l’epilogo nichilista e frustrante, uno degli elementi di fondo su cui molto si è discusso e che si conservano fedelmente anche nei due successivi membri della trilogia. C’è chi indica in questa coerenza di Romero la spia della sua tendenza alla ripetitività e alla compulsione dell’auto- remake mistificato, quando non il furbesco proposito di campare tutta la vita su una sola idea, per quanto illuminate e geniale. La produzione estranea al filone dei morti viventi in effetti fa pensare che Romero, fuori dal suo habitat naturale dell’ossessione da contagio (la città verrà distrutta all’alba) e dell’umanissimo squallore della mostruosità (Martin), non abbia un gran ventaglio di argomenti da proporre, ma per quanto riguarda il corpus zombesco bisogna riconoscere che ognuno dei tre film può considerarsi assolutamente necessario.

Più che un formato standard replicato in differenti ambientazioni pare di assistere allo svolgimento per tre tappe di una vera saga, che ovviamente detiene gli elementi base postulati nel primo ‘episodio’. Se poi si è scelto di dislocare tali tappe in tre decenni diversi c’è da considerare la possibilità che al regista la società aggredita con il primo film non dovesse apparire poi tanto cambiata, per lo meno in quegli aspetti che gli interessava demolire (possibilità che magari si integra anche, armoniosamente, con l’oggettiva necessità di campare). Ben della Notte, come Peter di Zombi (Dawn of the Dead, 1979), deve la propria marginalità all’appartenenza a una minoranza etnica, mentre Sarah è una donna costretta a confrontarsi con l’ambiente militare, idolo polemico del terzo film, Il giorno degli zombi (Day of the Dead, 1985), condannato anche e non da ultimo per la sua connotazione sessista (le allusioni alla vita sessuale di Sarah sono praticamente la sola forma di confronto con lei di cui Rhodes e i suoi uomini si mostrano capaci). Questa marginalità dell’eroe oltre a servire la corrosiva ma non originalissima accusa all’uniformità segregazionista di una società per il momento strapotente ma tutto sommato incapace e viziata, introduce un ulteriore elemento di complessità, per lo meno una volta accettata l’ormai classica equazione interpretativa che fa corrispondere il rapporto fra gli umani e gli zombi a quello fra la società del benessere o primo mondo e le realtà di degradazione sociale o sottosviluppo tecnico- economico. In questo senso la condizione di esclusione situa i protagonisti forti, in grado per lo meno di combattere se non di vincere, in quel ruolo che una volta traslato nella metafora competerebbe agli zombi. Ovvio che, continuando a riprodurre in scala ridotta tensioni disgreganti e incurabili lesioni interne la comunità resti incapace di serrare i ranghi per fronteggiare il macro conflitto. La cosa è evidentissima in Night of the Living Dead, quando il gruppo è costretto a dividersi anche logisticamente, dovendo scegliere fra Ben e Cooper, fra la casa e la cantina, o ancor più esplicita in Day of the Dead , in cui alla fazione dei militari si contrappone quella degli outsider, composta, in dettaglio, da una donna, un soldato messicano oggetto del razzismo dei colleghi e in pieno esaurimento nervoso, un afroamericano e un alcolizzato che finiscono per raggrupparsi alla periferia del bunker, ai margini della zona di sicurezza, per condividere una casa mobile incredibilmente simile proprio a quelle che caratterizzano gli agglomerati periferici americani abitati dalle classi sociali più basse. In fondo anche in Zombi, il film in cui l’aspetto autolesionistico dell’ecumene umano riguarda meno direttamente il quartetto degli assediati, sono gli istinti prevaricatori di altri uomini a far precipitare la situazione.

Da queste premesse scaturiscono fluidamente i finali romeriani, che a ben guardare somigliano tutti ad (in)conclusioni senza vittorie, solo varie e comunque deprimenti gradazioni della stessa sconfitta, a meno di non voler considerare vittoria il trionfo di cadaveri che non conservano coscienza e più che vivere “perdurano” nella propria carne collassata e corrotta, in uno scioccante automatismo vegetativo. In effetti, bisogna prendere atto del progressivo scemare dell’elemento pessimistico nel progresso della saga. Anche se il rifugio alla fine viene puntualmente occupato dai morti, nel secondo e nel terzo capitolo alcuni personaggi si salvano: in Zombi vediamo partire- ma non sapremo mai verso quale destino- Peter e Jane, lei incinta con tutte le implicazioni di possibile rigenerazione e rinascita che ne conseguono; in Day of the Dead Sarah e due dei suoi compagni raggiungono perfino un pacificante panorama da atollo tropicale e anche in questo caso un possibile soluzione di rigenerazione a partire da una nuova coppia adamitica è suggerita dall’esplicita riflessione di uno dei superstiti. Il pessimismo di fondo tuttavia permane sempre e inconfutabilmente per quanto concerne la soluzione del conflitto uomini- zombi intesi come due realtà sociali in complesso e insolubile rapporto di interdipendenza. La società cannibalica che ha generato i mostri e ne subisce l’attacco resta istericamente imprigionata in una coazione a ripetere, si smembra da sola e finisce per cedere all’inevitabile processo di autofagia che ha innescato.

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