L’equipaggio di Ares 3, una missione scientifica sul suolo marziano, è costretto ad abbandonare il Pianeta Rosso, in anticipo rispetto al programma, per via di una violenta tempesta di sabbia. Durante l’evacuazione, l’astronauta Mark Watney, biologo della missione, viene colpito da un detrito, il quale lo separa dal resto della squadra e lo rende privo di sensi. Ritenuto morto, l’uomo viene abbandonato sul pianeta, dove si risveglierà poche ore dopo. Solo, in un habitat arido e ostile distante milioni di chilometri dalla terra, Mark inizierà una lotta per la sopravvivenza.

Drew Goddard, regista di quel gioiellino datato 2011 che risponde al nome di Quella Casa Nel Bosco, adatta in sceneggiatura il romanzo, anch’esso del 2011, The Martian, in italia L’uomo di Marte, scritto e pubblicato dal californiano Andy Weir. Se non avesse accettato di mettersi al timone del progetto, ormai finito in naftalina, sui Sinistri Sei, legato a quel franchise deforme e sofferente che è stato The Amazing Spider-Man, Goddard avrebbe dovuto dirigere questo The Martian, film del 2015, prodotto dal Twenty Century Fox. Invece, dietro la cinepresa c’è finito un britannico, tale Ridley Scott, un nome che mette tutti sulle spine. Il cineasta classe ’37, dopo un avvio di carriera a dir poco esplosivo (Blade fottuto Runner), ha cominciato a tirare pacchi agli spettatori come il peggior guappo napoletano. C’è chi, sul calo gargantuesco di qualità nelle sue opere, scherzosamente ipotizza che, a un certo punto, Scott abbia iniziato a far uso di stupefacenti, mentre altri pensano che il declino sia dovuto al fatto che il regista abbia smesso di assumerle, quelle droghe. Battute a parte, vedere un film di Scott, dal 1985 in su, può comportare dei rischi. Alcuni sono francamente ignobili (Soldato Jane, Hannibal), altri insignificanti (The Counselor, Il Gladiatore) e solo qualcosina riesce a lasciare un buon ricordo (American Gangster, forse anche Il Genio  Della Truffa). E ogni qualvolta arriva in sala un suo nuovo lungometraggio, ecco tornare quel dubbio sottile. Andare al cinema, con il rischio che la poltroncina si trasformi per quasi due ore in uno strumento di tortura, oppure destinare quei pochi spiccioli e momenti di tempo libero ad attività più gratificanti? A vincere, questa volta, ancora una volta, è stato il mio amore per la fantascienza di stampo spaziale.
I 141 minuti necessari per la visione filano via alla grande, perché questo The Martian (da noi con il prefisso Sopravvissuto) è un buon film. Dal punto di vista tecnico Scott non è mai stato in discussione, nemmeno nei suoi lavori peggiori, dai quali comunque traspariva un grande acume nella scelta delle inquadrature, che correva fianco a fianco con un’ottima fotografia sul sentiero di costruzione di immagini suggestive (basti pensare a Prometheus), con il montaggio a fungere da perfetto collante. In questa occasione, però, il regista si trattiene, evitando di prendersi sul serio; non mancano certo panoramiche evocative del Pianeta Rosso (le riprese sono state effettuate nella vallata Uadi Rum, detta anche Valle della Luna, situata nella Giordania meridionale), capaci di incantare lo spettatore e conferire enfasi all’ambientazione marziana, ma sono in numero inferiore rispetto a quanto Scott ci ha abituato. Questo perché il regista, che evidentemente rimbambito del tutto ancora non lo è, comprende la natura del racconto che ha per le mani, ovvero avvincente ma non seriosa, che necessita di buon ritmo e di toni spensierati, quasi da commedia (” ‘Fanculo Marte!“).
La sceneggiatura, grande falla nella filmografia Scottiana post Blade Runner, in questa occasione regge, nonostante diverse imperfezioni congenite. Goddard mescola sapientemente umorismo e scienza (sebbene, con il procedere del racconto, quest’ultima perda di credibilità, non incappiamo nel classico attrito tra ricostruzione scientifica minuziosa e trovate fisicamente improbabili), senza impantanarsi nel ridicolo o sprofondare nel pedante. Il lavoro di Scott e Goddard trova nel bellissimo montaggio del catanese Pietro Scalia un grandissimo supporto, capace di saldare sequenze più leggere a momenti di tensione senza mai risultare disomogeneo. Divertente l’uso della soundtrack, composta da brani dance degli anni ’70 (anche se sul tutto sembra esserci l’influenza de I Guardiani Della Galassia di James Gunn).Life on Mars? si chiedeva David Bowie nell’omonimo brano tratto dall’album Hunky Dory. Forse sì, se si tiene conto della recentissima scoperta da parte della NASA di tracce d’acqua salmastra sulla superficie del quarto pianeta del sistema solare. Assolutamente sì, se si guarda questa pellicola. Su Marte c’è l’astronauta Mark Watney, interpretato da uno straordinario Matt Damon, vero e proprio mattatore in grado di spingere da solo due terzi del film. Speriamo che abbandonare Matt su pianeti distanti, per lunghi periodi di tempo, non diventi una moda nel cinema fantascientifico a stelle e strisce. Il resto del cast vede coinvolti nomi da fare invidia a tanti, come Jessica Chastain, Kate Mara (quando compaiono nella stessa inquadratura ho avuto le palpitazioni), Kristen Wiig (in attesa che i fan inferociti di Ghostbusters le rovinino la carriera), Jeff Daniels, Chiwetel Ejifor e Sean Bean (con relativa gag su Il Signore Degli Anelli).Cosa impedisce al ventitreesimo lungometraggio di Ridley Scott di uscire dall’atmosfera e diventare stellare? Imperfezioni nella scrittura (il problema con Scott è sempre là). In primis, i personaggi coinvolti nel racconto sono tanti e per caratterizzarli tutti due ore abbondanti non bastano, servirebbe una serie televisiva. Il punto è che non se ne approfondisce praticamente nessuno, nemmeno lo stesso protagonista, relegandoli tutti nella bidimensionalità. Ne consegue, inoltre, che gli sviluppi psicologici sono praticamente inesistenti (ad esempio: nonostante il tantissimo tempo trascorso assieme l’equipaggio di Ares 3 sembra non soffrire molto la perdita di Mark; lo stesso protagonista non si dispera più di tanto nel trovarsi solo su Marte, con una certezza praticamente assoluta di morte; i vari personaggi prendono decisioni importanti con la stessa semplicità con cui noi decidiamo se nel caffè mettere lo zucchero, ignorando totalmente dilemmi etici e valutazioni di ipotetiche conseguenze), ogni loro azione o decisione è ampiamente anticipabile, cosa che va ad aggiungersi all’eccessiva prevedibilità degli eventi narrati (prendete la scena del lancio dei viveri, chi non ha intuito come sarebbe andata?). Dulcis in fundo, l’esasperante buonismo che permea l’intera pellicola (il mondo si riunisce sotto la speranza di riportare l’astronauta Mark a casa sano e salvo).The Martian è dunque appassionante e leggero, divertente e per certi versi audace. Siori e siore, questo è un buon film di intrattenimento. Ritorno ai vecchi fasti per Rildey Scott? In parte. Questo film potrebbe rappresentare il punto di partenza per un nuovo viaggio cinematografico, una missione di salvataggio che Scott fa su se stesso, per cercare di riportare sul nostro pianeta il genio dietro Alien e Blade Runner.

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