Isle of the Damned

Ci fu un tempo in cui il cinema italiano era vivo e vegeto. Un tempo in cui bastava avere un barlume di idea per realizzare un film. Un tempo in cui si riusciva a valorizzare le capacità di quegli “artigiani” dell’industria cinematografica che fecero del nostro paese il fulcro del cinema di genere. Un tempo in cui i film venivano distribuiti. Figli di quel tempo, i “generi” di matrice italiana che partorirono cult movie, ancora oggi, venerati e visionati dal pubblico di tutto il pianeta. Dal calderone dell’italica produzione cinematografica, due i generi che più di altri avevano connotati del tutto tricolori. I “cannibal movie” di ambientazione tropicale, diretto retaggio dei “mondo movie”, e le “parodie” che scimmiottavano, prendevano in giro e deridevano film di successo quasi sempre made in USA. A quasi 30 anni di distanza, un gruppo di ragazzi americani ha pensato bene di fondere i due generi più rappresentativi (non certo per qualità) del cinema italiano che fu e di organizzare un incontro tra Deodato e Franco e Ciccio.

E’ bene premettere che “Isle of the damned” è un prodotto “altamente” indipendente, che nasce dall’amore per un certo tipo di cinema italiano, che è figlio della follia giovanile (di cui gli americani sono indiscussi portavoce) e che rappresenta una visione statunitense, dunque filtrata da chilometri di oceano e da stili di vita e di lavoro totalmente diversi, del nostro modo (passato) di fare cinema. Questa premessa solo per evitare spiacevoli incomprensioni o valutazioni “puriste” e cervellotiche proprie della critica (non tutta per fortuna) italiana e di chi potrebbe sentirsi, patriotticamente, preso in giro. Sintetizzando, “Isle of the damned” rappresenta la parodia, una versione comica, di Cannibal Holocaust. Ma sarebbe oltremodo riduttivo e semplicistico. Il film, infatti, nasce da uno scrupoloso lavoro di ricerca e da una cura maniacale per il dettaglio che gli conferisce uno status cinematografico più che dignitoso. Dalla locandina ai titoli di testa alla colonna sonora, dai fenotipi dei protagonisti agli effetti speciali è tutto in perfetto stile italiano anni ‘70 (‘80).

L’anagrafe del cast (come accadeva in Italia in passato) viene mutata in corrispettivi (approssimati) italiani, tra cui svetta il regista, quell’ Antonello Giallo che sembra rappresenti l’ultimo avamposto del cinema di genere. Il titolo originale del film ISLE-OF-THE-DAMNED-02capeggia, con il suo assurdo italiano (Isola del maledetto!!), i titoli di testa incarnando quasi un simulacro di vendetta verso lo scempio fatto dai traduttori italiani nei confronti dei titoli originali inglesi. La caricatura (in senso letterale) è l’anima di questo film, per cui l’esaltazione del minimo difetto trova la naturale rappresentazione nei parrucconi, nei baffi posticci dei protagonisti, nella recitazione e nei dialoghi non sempre ricercati, nel doppiaggio (geniale!) approssimativo e spesso fuori sincrono. La sceneggiatura parte da un presupposto assurdo quanto fantasioso: la ricerca del tesoro di Marco Polo. I nostri (già di per sé improbabili) eroi raggiungono (in compagnia di un manipolo di pirati) un’isola infestata da affamati cannibali. L’imperativo è sopravvivere, l’impresa verrà coadiuvata da un folle ricercatore e dal suo aiutante ninja. C’è da divertirsi.

Infatti, oltre le numerose gag ed i momenti di puro divertissement, i ragazzi della dirt film non lesinano sull’aspetto gore del cinema di genere, riportando sullo schermo tonnellate di viscere e trippa tanto care a Joe D’amato e i suoi colleghi. Tante le scene “shoccanti” (evirazioni, mutilazioni, smembramenti, stupri, coprofagia…ecc) e molte le citazioni. “Isle of the damned” è un film strutturato perfettamente, dove nulla è lasciato al caso ed ogni cosa è al proprio posto. Un film esteticamente ben fatto, con momenti di grande impatto visivo, con inserti (mai distonici) di repertorio documentaristici (di scuola cinema cannibalesco italiano), con una sceneggiatura per nulla banale o approssimativa. La cosa da elogiare più di ogni altra è proprio l’aspetto che, visto l’orientamento goliardico, poteva patire le maggiori penalizzazioni. Invece proprio dalla sceneggiatura affiora una storia ben articolata e coerente (nella sua follia). Talmente articolata da permettersi il lusso di azzardare una morale.

Si parla dei devastanti effetti della “civilizzazione” nei confronti di popoli più arretrati, di come l’ingordigia umana possa trasformare in mostri, della legge del contrappasso di un frustrato maniaco sessuale che subisce (durante un rito di sottomissione indigeno) la sodomizzazione da parte dell’intera tribù, di omosessualità, di abusi. Ma anche di sentimenti “puri”, quali l’amore e l’integrità morale (o redenzione) che catarticamente chiudono un percorso all’interno della depravazione umana. Sebbene non manchino i difetti (fotografia a tratti fin troppo pulita per risultare datata o tropicale, recitazioni un po’ traballanti e attori troppo giovani per interpretare tutti i ruoli, momenti di comicità un po’ eccessiva o fuori luogo, stile Troma), “Isle of the damned” è un cocktail omogeneo, in cui ogni ingrediente è perfettamente amalgamato con il resto in modo da donare all’intero prodotto un sapore gradevole.

Mantenendo le debite distanze si potrebbe dire che Antonello Giallo sta a “Isle of the damned” come Robert Rodriguez sta a “Planet Terror”, in termini di amore per il cinema e rispettoso ed ossequioso omaggio allo stesso.

Durata: 85′
Produzione: Dire Wit Films 2008 (USA)
Regia: Mark Colegrove
Cast: Peter Crates, Aimee Cummings, Dustin Edwards, Larry Gamber, Keith Tveit Langsdorf