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Nei cinema l’horror “il signor diavolo ” sta attirando al cinema folle giovani e meno giovani che rendono omaggio a Pupi Avati e alla sua arte in un film “di terrore ” come dicevano una volta.

La trama del film è molto forte, nelle terre venete del 1952 un adolescente ammazza un coetaneo.
Una culla zuppa di sangue ci avverte, dalla bellissima locandina, di tenerci saldi.
Immagini d’arte vera in un horror dove ci invade un infernale odore di zolfo. Pupi Avati ritorna alla grande nel del Cinema Italiano mettendoci la sua anima artistica, proprio lui che da sempre esplora i confini tra inferno e candore.

Il presunto diavolo, da parte sua, è assai deforme nel film. Nel Veneto cattolico e totalmente democristiano, nel quale povertà e superstizione vengono schiacciate dal potere della ricchezza, un cupo mondo in cui la giustizia è un’opinione dei potenti, arriva un timido ispettore da Roma, con il suo carico di segrete sofferenze, e deve far luce sulla tremenda faccenda, ma” l’odore del male” imprigiona la sua vita.

La deformità è la base di questo meravigliosa opera filmica. Tutto il nostro” timore del male ” è racchiuso nella maschera orrifica di un viso, nelle tracce canine del male incarnato, vero o presunto poco importa. Il male si sente tutto nell’opera.
Nelle campagne la deformità era ” regalo” del diavolo, ma nel film anche una bellissima ragazza di campagna si fa vedere nuda dagli adolescenti in cambio di un coniglio.
Ne”il signor diavolo” l’amore del protagonista è ancora puro, incontaminato, spirituale (avatiano) e non ricambiato, ma emerge la lussuria diabolica della misteriosa signora dai guanti di pizzo e la voce roca.

L’immedesimazione in tutti i personaggi ci invade incredibilmente per tutta la durata della pellicola e ci trasporta totalmente.

“Il signor Diavolo'”è tratto dall’ultimo romanzo omonimo di Pupi Avati, prodotto da Duea Film e Rai Cinema. Un ritorno ai demoni gloriosi del passato del regista, e al romanzo gotico e a quel ‘La casa dalle finestre che ridono’ che è rimasto nel cuore del pubblico come opera che lo ha incoronato padre del gotico padano, tale definizione degna di merito assoluto a tutt’oggi può apparire riduttiva alla luce della carriera pregna di opere di una sconfinata giovinezza creativa.
Un veloce salto su wikipedia per i giovanissimi racconterebbe una serie di opere in cui ha lanciato Stefano Accorsi o rilanciato Abatantuono, messo sotto grandi lenti artistiche Christian De Sica, Silvio Orlando, Boldi e poi creato una sua famiglia artistica che ancora oggi è nella sua opera come Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Alessandro Haber o la stupefacente Chiara Caselli. Un autore che ha creato una seconda volta l’indimenticabile Carlo Delle Piane dandogli un trono di icona assoluta di tristezze assolutamente poetiche, rendendolo una maschera quasi sveviana.
Persino Sharon Stone è stata diretta da Pupi Avati un ‘artisticità prolifica e tenace in una cinquantina di opere tra il cinema surreale, gotico, thriller ma anche commedie con grandi contenuti emotivi, queste oggi nessuno è in grado di farle, il cinema d’autore lo fanno solo gli autori.
I mondi strani, le storie al limite paiono uno stimolo per la sua capacità di narrare di Pupi Avati, occasioni di discendere nel campo di Poe col gotico o l’ horror, come lui Bava, Argento ma Avati ha saputo rendere le anime dei suoi mostri in maniera più illuminante quasi pedagogica.

Hitchcock era considerato troppo cervellotico dai critici ai suoi tempi, a volte astruso col suo perdersi dietro intrighi da mal di testa, ambiguità sessuale,freudismi, vertigini, omicidi e bionde perfide, ma il tempo ci porta a dire ( Psyco, o prima l’ombra del dubbio e delitto per delitto o poi con Frenzy ) che la poetica del male di Sir Alfred Hitchcock si avvicina molto al Pupi Avati di oggi e alle sue ricerche. Hitchcock abbandonò a fine cinquanta un progetto che parlava di una setta e del demonio, il protagonista aveva una croce tatuata sul piede in modo da calpestarla continuamente. Il progetto era troppo di genere per i produttori e non partì, Hitchcock ne soffrì molto.
Hitchcock creava un monito sullo spirito omicidiario e oggi Pupi Avati avverte le persone sul baratro “dei cattivi”e lo fa con “il signor Diavolo”un ‘opera irrinunciabile per tutti i seguaci dell’horroe e per gli amanti del “vero cinema italiano”.

Dietro questo grande direttore di attori e scrittore di pregio c’è umile e illuminante la sua sterminata opera filmica ed è doveroso ricordare Antonio Avati; fratello , sceneggiatore e produttore deus ex machina del” mondo filmico avatiano” da sempre, che con Pupi e Tommaso Avati e firma la sceneggiatura.
Pupi Avati, oggi come ieri col cinema ha saputo parlare con garbo e grande acume dell’Italia toccando tematiche vitali:la vita degli adolescenti, la piccola ma grande vita della brava gente, la sopravvivenza,la storia italiana, la guerra, ma anche lo sbandamento della giovinezza, il baratro impiegatizio, l’italianità nei suoi aspetti più deteriori, e su tutte le tematiche trionfa la forza distruggente e pura al contempo dell’amore.

Cesare Battistelli con la sua fotografia aggiunge alla trama un valore di presa fotografica sul pubblico , regalando una campagna realissima ma ancora più nera e totalmente malefica, esattamente come ci porge una Venezia misterica, e fuori dalle campagne nell’opera il mondo tribunalizio è un Acheronte, un altro sottosuolo a dir poco inquietante, popolato da anime inquiete e ambigue(Hitchcock docet vedi Rebecca o il caso paradine).
Da ricordare il montaggio superbo di Ivan Zuccon.
Lunga arte ancora al nostro Maestro Italiano che, in assoluto oggi, svetta per una forte identità e poetica narrativa e per palesare al contempo una duttilità di registri totalmente unica nel Cinema Italiano.

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